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Tappa 23 - Da Chateauvillain a Langres

dom 25 Lug 2010

Sono distrutta. Ho i piedi indolenziti e la stanchezza mi pesa su schiena e gambe. Fortunatamente quell'animo gentile del mio amico Ettore,si è prodigato a cercarmi un letto telefonando dall'Italia a tutti gli hotel di Langres per evitare al mio arrivo di dover fare altri chilometri per cercarne uno! 41 Km! Sono tanti anche per me! Ma non avevo alternativa.

A meno di aver prenotato con alcuni giorni di anticipo l'unico "gite de group" presente sulla via, non ci sono altre possibilità di alloggio nel mezzo.

Sdraiata, gambe sollevate e appaggiate al muro, ripenso alla giornata di oggi.
Il gran mal di schiena al mio risveglio a causa del materasso dismesso; l'umidità e il freddo che mi penetrano nelle ossa mentre attraverso all'alba la Foresta di Chateauvillain, il perseverante silenzio sulla strada verso Mormant.  
 
E' domenica e non c'è in giro nessuno. Percorro i primi 18 chilometri incrociando solo tre auto. L'aria è gelida. Stanotte ha piovuto e la strada è ancora bagnata. Il silenzio è impressionante, rotto ogni tanto da un fiato di vento che smuove le foglie. Un cartello triangolare avvisa di fare attenzione al passaggio di animali. La foresta deve esserne piena e qualcuno ogni tanto azzarda l'attraversamento: due cervi e qualcosa che potrebbe somigliare ad un tasso. Troppo lontano per poterlo riconoscere con precisione.
Anche Richbourg è deserta. Mi sembra di intravedere qualcuno ma la sua ombra si defila dietro un angolo.
Un cane inizia ad abbaiare al mio passaggio e l'eco del suo verso si diffonde tra le vie del paese.
Continuo senza fermarmi.

I pensieri si susseguono uno dietro all'altro, disordinati. Passo da un ricordo ad un idea, senza che ci sia un collegamento preciso. La mia famiglia. Mio padre. Il mio Essere. La mia vita. Il lavoro. Già! Penso anche al lavoro! Un lavoro che non ho ma che è indispensabile avere, per sopravvivere nella nostra società. Penso a cosa potrei fare, che mi dia la possibilità di continuare a viaggiare, a girare il mondo. Meglio se a piedi. Sembra folle, ma una soluzione la devo trovare. Non voglio passare la mia vita a fare un lavoro che non mi piace o che non mi interessa, rischiando di uscirne svuotata e frustrata. Ogni vita è unica e credo che tutti dobrebbero viverla, cercando per se stessi ciò che li far star bene. E invece sono poche le persone che si sentono gratificate dal lavoro che fanno. Quelle che si alzano la mattina e sorridono pensando di dover andare al lavoro. Quelle che tornano a casa e si sentono "piene" e soddisfatte di come sia andata la giornata.
Dovrebbero pagare in base all'entusiasmo che la gente ci mette nel lavoro. Se ognuno facesse il lavoro che desidera sono certa che comunque tutti i tipi di lavoro verrebbero coperti. Siamo talmente tanti e tanto diversi, ognuno con i propri desideri e con le proprie abilità! Persino tutti i posti da operatore ecologico sarebbero saturati.

Se pensate a quante sono le persone che si dedicano anche sotto forma di volontariato alla pulizia e alla cura dell'ambiente! E quanti volevano magari diventare dottori ma non hanno avuto la possibilità di studiare, e quanti dottori invece avrebbero preferito fare altro. Ci sono persino delle persone che si sentono vive dentro quando vanno in guerra a rischiare la pelle! O pensate a quegli angeli che partono volontari verso i luoghi di catastrofe o verso i paesi più poveri! Volete che, se esistono tali persone, non ce ne siano altrettante pronte a ricoprire con entusiasmo tutti i ruoli di cui la società ha bisogno per evolvere? E invece, l'ossessionante bisogno di soldi ci rende schiavi di lavori che troppo spesso ci deprimono, ci svuotano lo spirito, ci consumano.

Si va a lavorare per dare da "mangiare ai propri figli", ma poi quando si torna a casa succede molti scaricano lo stress della giornata proprio su di loro, quei figli che oltre che il pane hanno bisogno del nostro Amore per crescere sani e sereni.

Beh, io non voglio fare questa fine! Il lavoro è importante ed indispensabile per la crescita personale e collettiva, ma nel momento in cui diventa fonte di malessere, si rischia solo di far del male a se stessi e di conseguenza a tutti coloro che interagiscono con noi. Il lavoro deve essere fonte di soddisfazione; deve riempire il nostro Essere e non svuotarlo o sminuirlo. Lo so che la mia è pura utopia. Le imposizioni della società sono ormai talmente tanto forti che difficilmente si possono riuscire a scavalcare. Io però non ho intenzione di sottomettermi.

Desidero una vita serena. Desidero arrivare a sentirmi piena "tutti" gli attimi della mia esistenza. E donare questa mia pienezza a chi, come me, ha sete di libertà.

Senza tanto rendermi conto mi ritrovo davanti ad un recito a corrente elettrica. La mia guida non ne parla; c'è scritto solo di continuare attraversando il bosco che si trova davanti a me. Evidentemente qualcosa deve essere cambiato. Un cartello notifica la "proprietà privata" e avvisa di non entrare a causa della pericolosità del territorio. Cartello che però non riesce ad impressionarmi. Oltretutto rinunciare a passare vorrebbe dire tornare indietro e allungare di qualche chilometro la già difficile e lunga tappa.

Decido di continuare e scavalco il filo elettrico. Grande imprudenza. Perchè in breve mi rendo conto di trovarmi in un area privata di caccia e che il filo elettrico serve per non fare scappare gli animali che ci hanno messo dentro: inclusi i cinghiali! E se le impronte che vedo sul suolo umido, non sono proprio di cinghiale sono certo di qualcosa che ci assomiglia! Accelero il passo! Il mio GPS mi indica che si tratta di un'area lunga circa tre km e che quindi in una mezz'ora a passo sostenuto dovrei essere fuori di li! Sinceramente non mi entusiasma l'idea di poter trovarmi davanti una bestia simile!

Mentre fuggo, mi guardo scrupolosamente intorno, sobbalzando ad ogni rumore di ramo spezzato o fruscio tra i cespugli. La suggestione mi porta anche a sentirmi osservata, tanto che spesso mi giro anche a guardare indietro. E il buio e l'umidità del bosco non aiutano certo a rilassarmi.
Ma per fortuna, dietro una curva, ecco in lontananza la luce che cercavo. E in breve sono di nuovo tra i campi, tirando un gran sospiro.

Il cammino continua tra frumento e piccoli villaggi semiabitati. Sono veramente stanca e la lunghezza della tappa comincia a farsi sentire. Oltretutto i saliscendi si accentuano in dislivello e la mia caviglia sinistra, la solita infortunata, inizia a farmi male.
E immaginate la mia faccia sbigottita quando finalmente Langres appare in lontananza, racchiusa tra le sue antiche mura, in cima ad una collina. Mi viene in mente l'ascesa spaccagambe a Laon. Anche quella volta dopo tanti chilometri! E pian piano sulla lunga e ripida salita, quasi trascinando i piedi, arrivo davanti alla Cattedrale. Entro e ringrazio.

La ragazza delle informazioni è molto gentile e mi indica dove si trova il mio hotel. Mi spiega anche che purtroppo per litigi politici non sono ancora riusciti a istituire un luogo che serva da abrigo ai pellegrini in cammino. Eppure cosa ci vuole? Basterebbe adibire una stanza con bagno e doccia, magari proprio all'interno dell'edificio comunale, senza quindi spensere chissà quanti soldi per affittare un altro locale, e quindi metteri qualche letto e magari un fornetto a microonde per scaldare i pasti. Io, sinceramente, questi non li chiamo "litigi politici", ma semplicemente "pigro disinteresse". Qui a Langres, come quasi in tutti i posti in cui sono stata, a parte due o tre.

E mentre mi incammino lentamente verso il mio hotel, penso a quante cose che realmente si potrebbero fare per i nostri Cammini in Italia e in Europa, anche con pochi soldi, e quanto invece non viene fatto dando la colpa alla politica, quando invece il vero problema è che si sa che i pellegrini aiutano poco l'economia e quindi non meritano l'interesse dovuto...

E'la schiavitù più grande questa... la schiavitù del denaro!
Non voglio farne parte!

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